17.04.2000
Scienziati e umanisti divisi dal futuro
Corriere della Sera, lunedì 17 aprile 2000, Cultura e spettacoli
Chi studia la natura crede nel progresso ed è ottimista, letterati e filosofi tendono a rimpiangere il passato
di Edoardo Boncinelli
Quello delle biografie e delle autobiografie è un genere letterario molto fiorente, da sempre, in Inghilterra e nei Paesi anglosassoni, mentre noi italiani cominciamo solo ora ad apprezzarne i pregi. Le biografie di personaggi nostri contemporanei costituiscono poi un capitolo a parte e hanno un fascino tutto particolare.
La serie I Dialoghi che l’Editore Di Renzo è andato pubblicando negli ultimi quattro-cinque anni conta al momento una trentina di brevi autobiografie di personaggi italiani e stranieri più o meno famosi nel campo della scienza e delle arti. Si va da astronomi come la nostra Hack e Dennis Sciama a biologi famosi come Max Perutz, da fisici come Paul Davies, Freeman Dyson e i nostri Budinich e Toraldo di Francia a etologi e paleontologi come Eibl-Eibesfeldt e Anati, per non parlare di psicologi come Carotenuto e studiosi della mente come Hobson, linguisti come Chomsky e ancora matematici, storici, criminologi, economisti, politologi, studiosi di storia delle religioni e pensatori in senso lato. Più un astronauta e un progettista di veicoli subacquei.
Si tratta di brevi autobiografie, non più di un centinaio di pagine, attraverso le quali è possibile gettare un occhio nella vita privata e nell’animo di personalità diverse e a volte affascinanti e informarsi nello stesso tempo su alcuni dei temi più interessanti e dibattuti del momento. Si tratta di libretti preziosi, che raccomanderei innanzitutto ai giovani e che potrebbero particolarmente ben figurare in ogni biblioteca scolastica.
Ne ho letti molti di questi libretti, via via che uscivano, e ho fatto alcune osservazioni che vanno al di là delle considerazioni sui singoli autori. Ho notato, ad esempio, che coloro che hanno dedicato la loro vita alle scienze della natura hanno una visione decisamente più ottimistica della maggior parte degli studiosi delle cosiddette scienze umane e un atteggiamento più positivo e costruttivo. Quasi nessuno scienziato che si racconta in questa collana della Di Renzo Editore adotta un tono trionfalistico, ma tutti mostrano una ferma fiducia e un certo grado di positiva aspettazione riguardo al futuro. Gli studiosi di scienze sociali al contrario vedono generalmente nero e ce l’hanno sempre con qualcuno: con i profittatori e i prepotenti, ma anche semplicemente con gli stupidi, gli inconsapevoli, gli ipocriti e i non autentici.
Considerando che nella vita i problemi ce li hanno tutti; che tutti hanno incontrato nella loro carriera qualche ostacolo frapposto loro da altri per interesse o per pura malvagità; e che onori e notorietà arridono in genere più spesso a chi si occupa di vicende umane che non a chi si occupa di scienze della natura, come spiegare questa differenza di visione e di valutazione degli eventi del mondo? L’interpretazione secondo la quale gli scienziati sono un po’ sempliciotti e superficiali non è sostenibile, anche se in cuor loro molti lo pensano. L’altra convinzione comune che gli studiosi di scienze umane e gli intellettuali in genere abbiano una visione più complessiva delle cose del mondo e non si lasciano abbagliare dagli effimeri successi della scienza non spiega la loro generale negatività, a meno di non supporre che nel quadro complessivo delle cose umane ci siano effettivamente più zone d’ombra che di luce, una tesi tutta da dimostrare. Non ho una spiegazione, né semplice né meno semplice, di questo fenomeno, ma mi limito a proporre un paio di schemi esplicativi che implicano rispettivamente il concetto di "frontiera" e la pervasività del sospetto.
L’uomo di scienza ha una frontiera davanti a sé, un compito da svolgere un’espansione del suo spazio reale e mentale, in atto o in potenza. Questo promuove una notevole canalizzazione della sua energia psichica e funziona in sostanza come oggetto di investimento libidico. Anche gli studiosi di scienze umane che pensano di star percorrendo una strada di esplorazione e di scoperta, come alcuni antropologi, condividono in parte questo stato di aspettazione positiva. Forse molti di coloro che si dedicano più precipuamente allo studio del fenomeno umano non hanno questa frontiera davanti a sé. Pensano spesso infatti che niente è cambiato mai veramente nel mondo degli uomini e che nel passato anche remoto qualcuno aveva già capito tutto di tutto. E se le cose stanno così non si vede perché investire più di tanto.
A parte il fatto che chi crede di non illudersi spesso si illude di non illudersi, a questo disincanto viene spesso dietro il sospetto, il volto malato del dubbio. L’uomo moderno - si dice - ha scoperto il dubbio e vive nel dubbio. Benissimo. Ben venga il dubbio, ma non il sospetto: il dubbio dà sapore alla vita, il sospetto l’avvelena. Sono convinto che chi si industria a scorgere la menzogna e il dolo in ogni azione umana non è più difeso degli altri contro l’imbroglio, individuale e collettivo, e vive una vita di gran lunga più spiacevole. Il cultore di scienze umane si definisce spesso un demistificatore, cioè uno smascheratore. Ma una cosa è smascherare l’essenza della natura e le sue leggi, un’altra è smascherare il lato oscuro dell’Uomo. Il prezzo pagato è eccezionalmente alto. Il lato oscuro dell’Uomo è presente in ogni uomo e non solo in alcuni "cattivi cattivissimi", magari resi tali da un sistema sociale, invariabilmente l’attuale, particolarmente perverso. Se i cultori delle discipline scientifiche possono essere criticati e anche ridicolizzati perché credono in un mondo di benessere materiale che probabilmente non esisterà mai, gli studiosi di scienze umane si presentano spesso come nostalgici di un’Età dell’Oro che certamente non è mai esistita. Gli organi di senso in tutti gli animali sono situati sul davanti del loro corpo, non di dietro. Procedere guardando indietro non è particolarmente utile e può nuocere gravemente alla salute.